PERCORSO

Trieste dal fascismo agli anni Cinquanta


I materiali raccolti intendono mettere in luce la molteplicità di memorie e di punti di vista che la popolazione esprime su un periodo storico estremamente complesso, caratterizzato dall’alternanza di regimi e amministrazione di segno politico, ideologico e nazionale differente.
Il fascismo, con le sue politiche di snazionalizzazione e fascistizzazione, la guerra, l’invasione nazista, la “doppia liberazione” e le persecuzioni jugoslave, l’esodo si configurano come elementi traumatici per le differenti comunità linguistiche, nazionali e politiche presenti nell’area. Oltre a questi aspetti tragici, le interviste intendono focalizzarsi sul modo di percepire e vivere la quotidianità da parte di persone con esperienze di vita molto differenti ma anche sulle loro emozioni, i saperi, le speranze e le aspettative che le muovevano all’azione.
FOTOGRAFIE
INTERVISTE
  • BDI
    Monica Bruna nasce a Buie d’Istria il 26 febbraio del 1929 in una famiglia italiana. I genitori, contadini, che avevano frequenti rapporti commerciali con Trieste, decidono di lasciare Buie per recarsi a Trieste come esuli nell’immediato dopoguerra, dopo che le forze di Tito avevano iniziato a confiscare i campi. Anche Monica e il futuro marito decidono di partire. La testimone trova alcuni lavori in negozi di verdura e abbigliamento. I rapporti tra esuli e triestini e tra la popolazione e le truppe anglo-americane sono complessi. Nel 1954, considerate le difficoltà economiche, la famiglia di Monica decide di emigrare in Australia dove vivrà fino al 1962, quando rientra in Italia. 

  • BDI
    Emilia Chierin nasce a San Pietro della Amata vicino a Pirano il 19 gennaio 1933. I genitori sono contadini.
    Nel 1949 si trasferisce a Trieste per andare a lavorare come operaia e si sposa. I genitori restano a vivere in Jugoslavia.

  • BDI
    Amelia Goslino nasce a Trieste nel 1936. I suoi genitori provenivano dal Piemonte, dalla provincia di Asti il padre, da quella di Alessandria la madre. Amelia si definisce “italiana vera” e focalizza la sua testimonianza sul periodo del Governo militare alleato e del Territorio libero di Trieste in cui ha lottato per l’appartenenza di Trieste all’Italia.
    Fin da giovane appare estremamente attiva nelle lotte nazionali tanto da entrare nel direttivo del Circolo degli studenti medi.
    La madre riceve un onoreficenza dalla Lega Nazionale per le sue manifestazioni di italianità durante i Quaranta giorni.


  • BDI
    Drago Slavec, italianizzato dal fascismo in Carlo Salvi, è originario di Dolina (frazione di Trieste). Il padre, Karlo Slavec era contadino mentre la madre Marija Kocjan si occupava delle faccende di casa. Di cultura e origine slovena, Drago è stato segnato fortemente dall’esperienza della lotta partigiana, prima a fianco di Tito e poi, in seguito ad un periodo di prigionia e di lavoro forzato in Germania, dalla parte del Cln. I ricordi di Drago si concentrano prevalentemente sulla sua vita di combattente. Di primaria importanza la ferita di guerra del 10 maggio 1944, inferta in territorio bosniaco, così come il ricordo della fuga in Svizzera architettata insieme ad un compagno per sfuggire al campo di lavoro tedesco. La Svizzera è una terra accogliente, che guarda di buon occhio i partigiani jugoslavi e che fa maturare a Drago la consapevolezza di voler continuare a combattere. “Io devo fare il mio dovere fino alla fine della guerra”, si dice. E così la lotta continua, questa volta a fianco del Cln e dei partigiani italiani della divisione alpina del comando Baruffini, con un nuovo nome di battaglia: “Tito”. Le azioni intraprese sotto questa nuova veste sono diverse, dall’imboscata tesa ad una pattuglia tedesca, ai gesti simbolici di protesta contro le umiliazioni inferte dai nazifascisti. Emerge chiaramente il ricordo dell’assalto finale al battaglione francese riunito a Tirano, azione che porterà alla resa definitiva dei francesi. Le ultime parole sul periodo della guerra, Drago le riserva alla permanenza in Puglia, successiva alla deportazione tedesca in Abruzzo (interrotta dall’armistizio dell’8 settembre 1943) e antecedente la partenza per la Bosnia. Il dopoguerra da ex partigiano “bipartisan”, per Drago significa fare i conti con l’amara realtà di una Trieste che diffida dei “barbari slavi uccisori”, città libera ma costretta a sottostare al controllo angloamericano. Il ritorno a casa, insieme a quello di altri quattro membri della sua famiglia, è mosso da un amore profondo per il paese natio, anche se la speranza intima di Drago era che si realizzasse l’annessione di Trieste alla Jugoslavia.


  • BDI
    Ennio De Vivo nasce a Trieste nel 1935 e vive nel rione di San Giacomo, detta “Stalingrado”. Il nonno con i 4 fratelli e sorelle arriva a Trieste come ferroviere nel 1935. Il padre di Ennio nasce a Trieste nel 1905. Dopo la guerra, nel 1949 Ennio inizia a lavorare come apprendista meccanico in un’officina che lo porta a contatto con il porto di Trieste. Nel 1952 s’imbarca sulla nave Otranto diretta in Medio Oriente  come elettricista.
    Negli anni del Governo Militare Alleato lotta per l’appartenenza di Trieste all’Italia. Dopo l’arrivo dell’Italia nel 1954 rimane molto deluso e si sente tradito per la chiusura del cantiere San Marco e per il declino della città.

  • BDI
    Ljubo Susic, nato a Trieste da genitori cittadini del Regno di Jugoslavia, trascorre l’infanzia in una scuola serba, dove apprende il cirillico ma non la lingua italiana, che imparerà “per strada”, giocando con gli altri bambini. Fino a dieci anni ancora non comprende quale possa essere la differenza tra il regime fascista, assolutamente non tollerato dal padre, soldato austriaco durante la prima guerra mondiale, e il Regno di Jugoslavia. In giovane età prosegue gli studi a Zagabria, ambiente che stimolerà in lui e nei suoi compagni, provati dalla povertà, una forte attrazione per il pensiero e l’agire politico comunista. Divenuto segretario dei giovani comunisti, di lì a poco entrerà ufficialmente nel partito. Il 10 aprile del 1941 la Germania invade la Croazia, si registrano i primi caduti, i tedeschi rimangono impressionati dalla violenza dei croati ustaša e Ljubo viene inserito in una formazione partigiana. Nel frattempo, il PCI dell’Istria sigla un accordo con il Partito comunista croato, mosso dalla volontà di ottenere l’assicurazione di non attività in suolo istriano dei fuoriusciti croati. Dopo di ciò, i croati invadono l’Istria e cominciano ad organizzarsi anche nel triestino. Ljubo viene processato a Trieste e subisce sei mesi di interrogatorio per mano dell’ Ovra, prima di esser destinato al carcere di San Gimignano, dove rimane fino all’8 settembre del ‘43. Liberato a Trieste dalla Croce Rossa croata, Ljubo viene in seguito arrestato dalle SS, interrogato nuovamente per quaranta giorni e infine deportato a Buchenwald. L’esperienza in campo di concentramento è per lui motivo di contatto con una realtà da cui emerge lo spirito di una primordiale “unione europea”, data la forte solidarietà presente tra deportati di nazionalità e di origini diverse.
    Il dopoguerra porta Ljubo a lavorare a fianco degli americani, in un ufficio a Zurigo, a diretto contatto con i più stretti collaboratori di Roosevelt.

  • BDI
    Maria Poljšak nasce a Barcola (frazione di Trieste) il 17 gennaio 1934. Il padre è muratore, verrà arruolato durante la guerra e farà ritorno a casa solo nel 1945, la madre si occupa delle figlie e durante la guerra porta il sale in Friuli in cambio di beni alimentari. Tutti conoscono la signora Poljšak col nome di Vera, lei stessa vi si identifica, ma all’anagrafe risulta come Maria, perché i fascisti non accettano un nome non italiano. Questo trauma s’imprime fortemente nella sua memoria, tanto da essere il primo particolare che emerge dal suo racconto. Durante l’intervista Vera ripercorre la sua vita da giovane “italiana di nazionalità slovena”, la frustrazione nel non potersi esprimere nella propria lingua, le azioni della madre che sfida il sistema repressivo fascista pur di rendersi utile agli altri, l’importanza dei libri e della cultura nella sua formazione, tanto da decidere di intraprendere la strada dell’insegnamento. Il racconto della testimone si sofferma spesso sulle figure di Mussolini e Tito, e si focalizza poi sull’arrivo delle truppe anglo-americane e jugoslave, con una visione di speranza in un futuro in cui la libertà di professare la propria lingua e cultura sarà possibile. È una libertà che a Vera sta molto a cuore, tanto da diventare segretaria del Centro Culturale Sloveno di Barcola, presentandolo orgogliosamente dopo l’intervista attraverso racconti e fotografie.
    Lo sguardo della testimone si concentra in particolare sulla realtà di Barcola, frazione di Trieste che presenta caratteristiche particolari soprattutto sul piano della convivenza tra sloveni e italiani. Durante il periodo del Governo militare alleato a Barcola fu costruito un palazzo per la residenza degli ufficiali alleati, la cosiddetta "casa degli americani".

  • BDI
    Saverio Ramires nasce a Trieste nel 1935. Il padre, barbiere originario di Barletta, si trasferisce a Trieste per ottenere un posto come impiegato alle poste. A seguito della morte della madre, nel 1938, Saverio e le sue due sorelle vengono affidati al ricovero per gli Orfani di Trieste. Qui Saverio inizia a frequentare le scuole elementari per poi essere affidato a una coppia di sorelle che lo portano a vivere in via Gatteri.
    Con lo scoppio della guerra il padre, per paura dei bombardamenti, decide che Saverio deve tornare a vivere all’Istituto per orfani.
    Il testimone vive con naturalezza, come tanti altri bambini, il periodo del fascismo, segnato dalle sfilate, dalle organizzazioni di massa, dal sabato fascista e dalle colonie estive a Sesana. Tra 30 aprile e primo maggio si trova ad interagire da un lato con i partigiani Jugoslavi e dall’altro con le truppe anglo-americane.
    Sotto il Governo militare alleato Saverio inizia a lavorare come fattorino telegrafico e portalettere. Secondo lui è quella la stagione migliore per Trieste che poi vivrà un progressivo declino dopo l’annessione all’Italia.

  • BDI
    Franco Giraldi nasce a Comeno (Komen, oggi in Slovenia) nel 1931. La madre è un’insegnate slovena di Barcola, il padre un italiano originario di una località vicina a Pirano. Il rapporto tra le diverse etnie e culture delle sue terre d'origine dalla famiglia si riflette in maniera significativa anche nella vita di Franco. Dopo aver trascorso due anni in Africa a seguito del padre, frequenta la terza elementare a Trieste alloggiando a Barcola da uno zio. Durante la seconda guerra mondiale collabora con i partigiani italiani, tagliando i fili delle linee tedesche e fasciste. Per alcuni anni vive a Gorizia per poi tornare a Trieste dove frequenta il Liceo Petrarca e conosce Tullio Kezich e Callisto Cosulich.
    Successivamente diventa critico cinematografico e poi regista e si trasferisce a Roma.

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